Fanfara dei Bersaglieri di Palazzolo sull'Oglio

 

ORIGINI DELL'EQUIPAGGIAMENTO DEI BERSAGLIERI

 

Quando Alessandro La Marmora ideò per l’esercito piemontese il Corpo dei "Bersaglieri" esistevano in altri eserciti europei specialità analoghe, ma, a dire dello stesso La Marmora, queste truppe "essendo frammischiate colla fanteria leggiera per sostenersi reciprocamente", in realtà si danneggiavano vicendevolmente "avendo modo di combattere affatto opposto". 


La specialità da lui proposta, invece, doveva essere in grado di operare con spiccata autonomia e, quindi, doveva comprendere uomini particolarmente addestrati al tiro e pronti ad agire, pressoché isolati, per aprire il fuoco a adeguata portata e concentrarlo su un punto dello schieramento nemico col preciso intento di "
sorprendere, disturbare e sconvolgere i piani nemici".

 

                                               

 

 

Definiti così i compiti tattici di questo nuovo corpo di fanteria, il La Marmora si dedicò a studiare gli altri dettagli (scelta degli uomini, ordinamento, addestramento ....) e particolare attenzione pose alla realizzazione di un equipaggiamento ed armamento adeguati e funzionali.

 

Anche nell’abbigliamento dei suoi uomini La Marmora si dimostrò un innovatore, ricco di senso pratico e di buon gusto.

La qualità prima del bersagliere dovrà essere la leggerezza che non deve però, andare disgiunta da una certa robustezza di equipaggiamento, diceva La Marmora che l'abbigliamento del Bersagliere doveva essere "più leggero e più indipendente del fante, ma con quaranta cartucce in più".

 

Occorreva quindi “ridurre il peso ai minimi termini col togliere il superfluo, scegliere oggetti che richiedono poco tempo per la cura mercé la qualità della materia loro; esimersi per quanto si può dalla vista del nemico mediante la scelta dei colori oscuri e tenere presso di sé quanto fa d’uopo per difendersi dal freddo massimo, dalle intemperie alpine, dalla dirotta pioggia e dalla fame”.

IL CAPPELLO

IL PIUMETTO (O PENNACCHIO)

 

All'inizio era composto da penne di gallo cedrone (o urogallo) per la truppa e piume di struzzo color verde per gli Ufficiali, ma qualche tempo dopo la fondazione, anche questi ultimi adottarono quello della truppa.

 

Questo all'inizio veniva usato come protezione dal sole per l'occhio destro, quello che aveva il compito di mirare, e anche per la mimetizzazione, infatti quasi tutti i cacciatori dei vari eserciti di quell'epoca ricoprivano il berretto di penne e pennacchi per mimetizzarsi meglio.

IL FEZ

 

In origine i Bersaglieri indossavano come copricapo un berrettino di maglia di cotone di colore turchino con un fiocco rosso, che proteggeva dal freddo le orecchie e che poteva essere portato sotto il cappello.

Il Fez fu adottato nel 1855 durante la campagna in Crimea dove gli Zuavi, reparti speciali del Corpo di spedizione francese, entusiasmati dal valore dei "Fanti Piumati" (Battaglia della Cernaia), offrirono il loro copricapo, il fez appunto, in segno di ammirazione.

Il cordoncino che collega il Fez al fiocco azzurro deve essere di lunghezza ridotta (max 30 cm.) tale da permettere a quest'ultimo di dondolare rapidamente da una spalla all'altra.

Dopo il cappello piumato il Fez diventò, ed è tutt'ora, un ulteriore emblema del Bersagliere e come tale va considerato e trattato: non dev'essere riposto in tasca, né arrotolato in mano, né piegato sotto la spallina.

IL CAPPELLO NERO

 

Il "cappello piumato"  a tesa larga o "Vaira" è l’elemento che maggiormente caratterizzò il Bersagliere e lo rese celebre; col tempo è diventato l'emblema per eccellenza del Corpo, secondo solo al Tricolore, simbolo di massimo esempio di una tradizione senza macchia.

Il valore di tale affermazione fu dimostrato dal Ten. Col. Negrotti, Comandante del 23º Battaglione Bersaglieri, caduto sul Mrzli (campo trincerato di Gorizia) nel 1915, prima Guerra Mondiale.

Colpito a morte pose il suo cappello sulla punta della sciabola, lo alzò ben in alto e lo lanciò al di là del reticolato nemico gridando: «Bersaglieri, quella è la vostra Bandiera! Andate a prenderla !».

 

Fu concepito da La Marmora per riparare la nuca dal sole ed impedire alla pioggia di penetrare nel collo.

 

Il modello primitivo infatti aveva una guarnizione di metallo semplice e leggera e l’ala posteriore abbassata, piume di cappone scure per la truppa, verdi per gli ufficiali.

Sul cappello spiccava inizialmente il numero della compagnia fino a quando raggiunsero la 108a, successivamente riportò il numero di battaglione e infine quello del reggimento.

 

I Bersaglieri portavano e portano tutt'ora il cappello inclinato sul capo verso il lato destro, in maniera tale da coprire il sopracciglio e da appoggiarsi sul lobo dell'orecchio.

Un aneddoto racconta che fu proprio La Marmora a volere che il cappello si indossasse inclinato.

Infatti l'ufficiale volle assistere alla vestizione del primo Bersagliere, il Sergente Vayra, che di lì a poco avrebbe sottoposto all'attenzione del Re per ottenere l'approvazione della divisa.

Per saggiare la sua sveltezza, La Marmora prese a lanciargli da lontano i capi di vestiario.

Ad un certo punto gli tirò anche il cappello, ma Vayra era sbilanciato e fu costretto a pararlo con la testa.

Risultato: il cappello si posizionò sulle "ventitrè" andando a coprire l'orecchio destro del Sergente e conferendo al Bersagliere un'aria sbarazzina che non dispiacque al Generale che lo adottò definitivamente per la divisa che presentò al Re.

La Divisa

I GUANTI NERI

 

 

 

I guanti neri vennero adottati, nel 1839, a soli tre anni dalla fondazione del Corpo.

La Marmora li volle neri perché quelli sperimentati nello stesso anno, blu scuro come la divisa, perdevano il colore. Inoltre all’epoca il guanto calzato era un segno di signorilità e distinzione.

 

Frutto, quindi, di strana fantasia le dicerie secondo le quali i guanti neri sarebbero stati segno di lutto per la morte di La Marmora o di Cavour o, addirittura, per una Bandiera perduta in combattimento nel 1849.

 

IL CORDONE VERDE

 

 

 

Il cordone servì inizialmente a sostenere la fiaschetta della polvere da sparo (che cadeva sul fianco destro) fino a quando non entrò in dotazione la cartuccia completa.

 

Servì anche per le trombette ed i corni e attualmente viene indossato con l'uniforme da parata.

 

È una favola che i cordoni verdi a "nodo scorsoio" significassero una sfida di La Marmora agli Austriaci, i quali avrebbero definito i Bersaglieri «comuni banditi ben degni di essere impiccati».

 

IL COLORE CREMISI

 

Il colore cremisi comparve nelle mostreggiature e filettature della prima giubba di panno azzurro-nero della truppa, e nelle spalline, colletto, bande e manopole degli Ufficiali.

Oggi è conservato quasi esclusivamente nelle fiamme dei fregi.

 

IL FREGIO

IL FREGIO

 

 

Il fregio è forgiato in metallo di colore oro rappresentante una bomba da granatiere su cui brucia una fiamma dalle sette lingue, una cornetta da cacciatore e due carabine intrecciate.

Spicca subito all'attenzione la fiamma, che negli altri trofei si presenta dritta, mentre sul fregio del Bersagliere si presenta inclinata, sfuggente, resistente al vento senza per questo mai spegnersi, a rappresentare la velocità del soldato proteso con tutte le sue forze all'assalto.

 

 

FIAMME CREMISI E STELLETTE BIABCHE

 

 

Costituiscono uno dei simboli di maggior vanto dei Bersaglieri. Oggi le fiamme sono molto più piccole di quelle che i applicavano sulla giubba a collo rovesciato (1871).

Infatti prima le fiamme erano rappresentate da due lingue molto sottile e allungate tanto da congiungersi quasi dietro il colletto.

 

L'EQUIPAGGIAMENTO

LO ZAINO

 

Per quanto concerne lo zaino (mod. 1836) adottato alla costituzione del corpo (fig. n. 10), non vi è di meglio che rifarsi alla descrizione che ne fece lo stesso LA MARMORA:


"
Zaino di pelle, fatto con la massima semplicità, ed in modo ad aprirsi anche d’indosso, colle bretelle in nero.

Desso è diviso in tre parti: la prima sul davanti (alzando la coperta) racchiude le cartucce in numero di 80 potendosi prendere col passarvi semplicemente la mano.

Le due altre parti che comprendono l’interno sono distinte: la prima per l’arredo, e la seconda per le provvigioni di bocca, cioè viveri per tre giorni; comprendendo in questa il gamellino che ne racchiude una parte.
Gamellino di rame, o meglio di ferro stagnato, spazioso assai per farvi cuocere una libbra di carne.

Si annullano in tal guisa le marmitte di campagna le quali oltre all’incomodo non indifferente di portarle, hanno ancora gli inconvenienti che venendo una guasta ne soffre tutta la squadra.
Bottiglietta fatta con due pezzi di corame per contenere aceto o acquavite da mescolare coll’acqua.
Sacco di tela da tenersi sopra dello zaino.

Questo sacco serve a garantirsi maggiormente dal freddo o dalla pioggia inviluppandolo al collo; siccome a coricarvisi sopra ponendovi pur anche della paglia dentro."

 

 


fig. 10 Zaino mod. 1836

 

LA SCIABOLA

 

La sciabola degli Ufficiali dei Bersaglieri ha subito pochi cambiamenti nel corso degli anni e di fatto, ancora oggi, si caratterizza per l’elsa a testa di leone, introdotta nel 1850 in sostituzione di quella classica a pomo.

La lama ricurva  invece fu concessa nel 1856 al rientro dalla spedizione in Crimea, forse a ricordo delle scimitarre turche (fig. n. 7-8)

 


fig. 7 Sciabola Ufficiali mod. 1836


fig. 8 Sciabola Ufficiali mod. 1850

LA CARABINA

 

Per armare i suoi uomini La Marmora costruisce un’arma micidiale: una carabina a retrocarica che venne presentata già con la prima proposta del 1831 descrivendo così le caratteristiche della sua arma: “avvicinandosi di nascosto fino a 200 ed anche 250 passi dallo avversario, la mia arma possiede contro il fucile ordinario. a tempo eguale, una probabilità di colpire di 10 contro 1”.

Era una novità assoluta, tanto che la Commissione chiamata ad esaminare il progetto decretò che “la sua combinazione era il prodotto di una immaginazione non corredata dai lumi della pratica”.

Fu costretto a rivedere la sua proposta e nel 1836 presentò una carabina perfezionata ad avancarica, nota poi come "carabina Lamarmora", che illustrerà con un opuscolo dal titolo: Alcune norme sul fucile di fanteria e particolarmente nel Piemonte, risultato di ben venticinque anni di tiro al bersaglio.

Questo nuovo tipo di carabina poteva sparare sino a sette colpi in due minuti e consentiva di sparare cento colpi prima che si rendesse necessario cambiare la canna.

L’arma era dotata, inoltre, di una lunga baionetta ripiegabile che, conficcata sul terreno, poteva anche servire come appoggio per incrementare la precisione del tiro e l’efficacia del fuoco.

Il vercellese generale Eusebio Bava scriveva ammirato nel 1839: “Varie esperienze provano la bontà della carabina di Lamarmora. Nelle diverse esperienze di tiro a cui ho assistito in Italia ed all’estero, non vidi mai risultati migliori”.


Quest’arma fu poi sostituita tre anni dopo (1839), a titolo sperimentale, con una  nuova carabina "LA MARMORA", rigata, ad elica, a percussione (sistema Dalvigne) e munita di calcio di ferro concavo, a due becchi, che si adattava alla spalla nelle operazioni di tiro; il becco anteriore, più lungo, detto sperone, serviva, conficcandolo sul terreno, ad agevolare l’arrampicata sui pendii scoscesi. La carabina era provvista di cinghia per il trasporto ed era dotata di una sciabola - baionetta, inastabile, che era portata (al fianco) ad un cinturino nero guarnito di fermaglio con piastra di metallo giallo dorato. 


L’arma (fig. n. 3), denominata mod. 1844 poiché solo in tale anno, sia pur con lievi modifiche tecniche, ne fu ufficializzata l’introduzione in servizio, aveva le seguenti caratteristiche:

  • era dotata di canna rigata (8 righe) del calibro di mm 16,9;

  • consentiva il puntamento di precisione sino a 800 passi (650 m) mediante un alzo a cursore con tacche graduate per ogni 100 passi di tiro;

  • disponeva di un meccanismo di sparo che consentiva di far avanzare, ogni qualvolta si armava il cane, una "bandella" metallica contenente in successione vari inneschi di fulminato, In tal modo l’arma rimaneva sempre innescata per una serie di 37 colpi;

  • aveva una lunghezza pari a m 1,112;

  • pesava kg 4,2 senza la sciabola-baionetta. Quest’ultima, a lama piatta e a due tagli, era lunga m 0,47;

  • era munita di calciolo di ferro con due becchi di cui il più lungo (lo sperone) sporgeva di circa 7 cm.


fig. 3
Carabina mod. 1844 con sciabola-baionetta

 

I Sottufficiali ed i trombettieri erano armati con una versione più corta della stessa arma (lunghezza di m 0,95- peso kg 4).


Non essendo ancora in uso le cartucce vi erano una selezione di altri accessori costituiti da:

  • scatola metallica contenente spugna e olio;

  • borsa di pelle con forbici, spilletto, cava proiettile, giravite triangolari;

  • attrezzo (succhiello) da avvitare ai tronchi d’albero per potervi appoggiare il fucile nei tiri di precisione alle maggiori distanze. Quest’attrezzo era allocato all’interno del calcio dell’arma, fissato con una vite a rotella.

  • polvere da sparo, contenuta in una fiaschetta di rame assicurata al collo

  • pallottole, di forma sferica, custodite in una cassettina posta al lato destro dello zaino dove il bersagliere poteva accedere agevolmente. Egli, premendo con l’indice su una molla posta convenientemente nell’angolo dello zaino, corrispondente alla suddetta cassettina, da un apposito foro faceva cadere una pallottola nella mano (fig. n. 4).


Fig. 4

 

Nel 1849 si rese necessario rinnovare l’armamento dei Bersaglieri, poiché appariva inferiore a quello degli altri eserciti. Venne adottato il fucile a stelo Francotte (Liegi), con canna rigata (4 righe ad elica) del calibro 17,5 mm e provvisto di alzo mobile a cursore con gradazione fino a 900 passi (720 m). Con questo furono armate principalmente le unità destinate alla campagna di Crimea.
Nel 1856, al rientro della spedizione, fu adottata una nuova carabina a percussione (sistema Miniè), con canna rigata (4 righe a elica con passo di due metri) del calibro di mm 17,2. Nel 1868 furono apportate alla carabina significative trasformazioni ed in particolare fu introdotto il meccanismo a retrocarica (Carcano) con otturatore scorrevole, un congegno di sparo a spillo ed un alzo graduato sino a 750 metri.

La cartuccia era composta di un contenitore di carta contenente una carica di polvere sulla quale veniva posta una pallottola ogivale. La cartuccia, così confezionata, veniva introdotta nella canna ed una volta chiuso l’otturatore, premendo il grilletto, si liberava la molla del percussore spillo che, dopo aver attraversato tutta la cartuccia, colpiva l’innesco detonante posto al fondo della pallottola. I residui della cartuccia venivano poi asportati, all’atto dell’apertura manuale dell’otturatore, da un estrattore metallico ad esso associato.
Dopo la conquista di Roma, in seguito allo scioglimento dell’esercito pontificio, ai Bersaglieri furono assegnati, in via provvisoria, fucili e carabine (di preda bellica) Remington a retrocarica, del calibro di 12,7 mm, con canna rigata (5 righe ad elica), muniti di alzo graduato sino a 1000 metri e dotati di cartuccia metallica (fig. n. 5). Infine, nel 1875 i reparti bersaglieri furono armati con il miglior fucile dell’epoca: lo svizzero Vetterlì (fig. n. 6).

 

fig. 5    Fucile e sciabola-baionetta, sistema Remington (1870)

 

 

fig. 6    Fucile e sciabola-baionetta, sistema Vetterlì (mod. 1870)

 

Quest’arma fu sostituita solo nel 1893 quando anche per i Bersaglieri fu adottato il fucile mod. ‘91 a ripetizione e a caricamento multiplo.

 

I SIMBOLI

LA BICICLETTA DA BERSAGLIERE

 

 

 

E' un emblema che rimarrà indiscindibilmente legato alla storia ed alla tradizione cremisi.

Un ricordo che rimarrà impresso nella memoria con carateri di fuoco e sangue, sublimato dal sacrificio nella Prima Guerra Mondiale (1915-1918) dei Battaglioni ciclisti.

Scomparve nella Seconda Guerra Mondiale dopo 45 anni di vita.

 

 

LA BANDIERA

La bandiera fu adottata con R.D. di Carlo Alberto dell' 1848.

 

I Bersaglieri, in quanto ordinati al livello massimo di battaglione, non avevano né potevano avere la Bandiera, affidata soltanto ai Reggimenti, ma per diversi motivi non la ebbero nemmeno alla fine del 1870 quando i loro battaglioni furono ordinati in Reggimenti.

 

Si ritenne, forse, che essa con le sue dimensioni, impedisse all’alfiere di sfilare di corsa alla testa del Reggimento.

 

Quando, infatti, si giunse, il 19 ottobre 1920, a consegnare anche ad essi il drappo tricolore, si ricorse al labaro col quale la corsa si effettuava agevolmente.

 

Il 7 giugno del 1938, alfine, il Labaro venne sostituito dalla Bandiera nazionale, adottando un “formato ridotto” che offrisse meno resistenza al vento nella corsa.

Con l'avvento della Repubblica, il “formato ridotto” lasciò il posto al “tipo unico”.

 

L'alfiere dei Bersaglieri, tuttavia, ha continuato a sostenerla in modo da farla sventolare in alto, visibile da lontano a tutto il reparto.

 

A.N.B. Fanfara di Palazzolo sull'Oglio - Sez. Maggiore "Gino Giudici"